Dall’autonomia scolastica alle scuole autonome

L’autonomia è probabilmente l’incompiuta più evidente, visto che è stata la cifra di una stagione di riforme nella scuola, quelle del primo governo Prodi alla fine del secolo scorso. Eppure, a vent’anni da quella riforma, si ha la sensazione che all’autonomia scolastica serva ben più di un tagliando. L’autonomia è stata realizzata sulla carta, ma nella realtà quasi tutto la nega e la contraddice. L’idea iniziale era buona: un Regolamento semplice, essenziale; ampi spazi di azione per i dirigenti e le scuole; valutazione dei risultati. Lo slogan che lanciò il Ministro Berlinguer per far capire la portata dell’innovazione introdotta fu tanto semplice quanto poco compreso e praticato: tutto ciò che non è vietato è concesso. Oggi invece prevale la richiesta quasi ossessiva delle Direttive Ministeriali, delle Ordinanze, delle Circolari esplicative ecc. E ovviamente l’apparato burocratico e ministeriale non ha fatto nulla per combattere questo approccio, anzi lo ha più o meno inconsapevolmente alimentato. Al regolamento iniziale si sono progressivamente aggiunte norme su norme, che hanno proceduralizzato tutto; i poteri dei dirigenti non sono stati definiti e riequilibrati rispetto agli organi collegiali e agli Uffici scolastici regionali; la selezione e la valutazione del personale sfugge ancora completamente alle loro competenze; perfino la gestione delle risorse finanziarie, nonostante la lettera delle norme, è in larga parte fuori dal loro controllo. A tutto questo si è aggiunto un progressivo aumento del carico burocratico su molti fronti. In particolare su quello della sicurezza, probabilmente perché era la responsabilità che più di tutte le amministrazioni (sia quella centrale che quella periferica) non vedevano l’ora di scaricare sull’ultima ruota del carro.

Si è detto che la scuola italiana non era pronta. Forse; nella sua parte più corporativa e ideologizzata certamente. Ma pensiamo che a non essere pronta fosse soprattutto l’Amministrazione. È infatti il suo complessivo rapporto con la scuola a essere malato, non solo per il retaggio centralista, ma soprattutto per responsabilità del potere politico che non ha mai realmente spinto per le innovazioni sempre decantate a parole (scarso aggiornamento, nessun turnover, valorizzazione e responsabilizzazione solo formali). L’Amministrazione –incluso il personale amministrativo delle singole scuole – ha urgente bisogno dell’apporto di nuovi profili professionali e di una nuova “missione”, nonché di un profondo cambiamento tecnico e organizzativo.

Il problema è che con il tempo anche la richiesta dal basso di autonomia deve fare i conti con la frustrazione e la disillusione. Le scuole, anche le più attente all’innovazione e meglio disposte verso l’autonomia, sono in sofferenza: il paradosso dell’autonomia è che questa innovazione, che avrebbe dovuto dare maggiore libertà alle scuole, si è trasformata in un aggravio non più sostenibile di adempimenti burocratici, che in alcuni casi limitano la capacità di manovra e sempre più spesso assorbono troppo tempo e risorse. La nostalgia per il Ministero delle Circolari, delle interpretazioni, degli indirizzi fintamente rispettosi della autonomia delle scuole è già oggi radicata in una minoranza chiassosa, ma se non si interviene velocemente per sburocratizzare rischia di diventare maggioritaria.

Che fare? Sul piano normativo, rivedere in modo coerente con l’Autonomia la governance delle scuole e il Testo Unico, semplificare e superare le contraddizioni derivanti da una normazione che si è sviluppato disordinatamente per stratificazioni successive; sul piano organizzativo dare alle reti di scuole e agli ex “provveditorati” un ruolo di supporto all’autonomia, realizzando quei “Centri Servizi” previsti dal Regolamento dell’autonomia, ma rimasti lettera morta.

Ma tutto questo probabilmente non è sufficiente. Per uscire da questa impasse occorre un vero e proprio salto logico, anzi culturale: passare dalla logica astratta dell’autonomia scolastica, declinata in norme rigide, alla realizzazione concreta di scuole autonome. Le scuole che lo desiderano devono poter diventare centri di decisione effettivi, che possono selezionare, organizzare e gestire liberamente le proprie risorse umane e materiali, il proprio progetto formativo, i propri quadri orario ecc. Le scuole autonome avrebbero la possibilità di instaurare un rapporto profondamente rinnovato e – soprattutto – paritario con le altre amministrazioni dello Stato, con la Regione e gli Enti Locali, nonché con tutti i soggetti che operano sul loro territorio. Le possibili forme di sinergia e di interazione con gli attori locali, istituzionali e sociali consentiranno alla scuola di diventare punto di riferimento dei processi formativi e culturali del proprio contesto territoriale. L’autonomia, dunque, non è un fine ma un mezzo: lo strumento attraverso il quale la scuola si riappropria delle finalità non solo formative ed educative, ma anche culturali e sociali che le sono proprie.

Immagine: Geppisimone

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