Cinquant’anni di Lettera ad una professoressa

Riportiamo la riflessione di Mauro Piras per il cinquantenario, nel 2017 di Lettera ad una professoressa.

Il 26 giugno 1967 moriva a Firenze, a 44 anni, don Lorenzo Milani. Un mese prima circa era stata pubblicata la Lettera a una professoressa. La celebrazione del duplice cinquantenario era quindi inevitabile. La discussione pubblica intorno alla sua figura, come era da attendersi, si è polarizzata. In apparenza, riflettendo una contrapposizione di fondo sull’idea di scuola: una scuola dell’inclusione, che non boccia, che viene incontro agli studenti, antiautoritaria, contro una scuola più austera, che recuperi il concetto di autorità, che sappia essere rigorosa e, in parte, selettiva. Le stesse posizioni di cinquant’anni fa, ma a ruoli rovesciati: la prima sembra infatti ora quella «dominante», nelle istituzioni, nelle leggi, nella pratica scolastica quotidiana, mentre la seconda è espressione di una minoranza insoddisfatta, che vorrebbe fare retromarcia su molti «errori», di origine «sessantottina», e anche, perché no, «donmilaniana», e arrestare una deriva «lassista».

Tuttavia, si tratta di una contrapposizione apparente. Non è vero che, oggi in Italia, si confrontano due idee di scuola. In realtà, scontiamo tutti un grande disorientamento. La scuola reale si muove in un coacervo di contraddizioni non risolte, tra principi e norme inclusive, una burocrazia rigida e soffocante, pratiche didattiche spesso ipervalutative e rigide. Le politiche scolastiche adottate nei vari rovesciamenti di governo non sono facilmente etichettabili secondo quella dicotomia. Né ha aiutato lo scontro politico intorno alla «Buona scuola», fonte di un’altra falsa polarizzazione: i depositari della «scuola della Costituzione» contro la deriva aziendalista e neoliberista. Un’altra semplificazione che nasconde l’ambiguità di entrambe le parti in gioco.

Immagine: Giovanni

 

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