Scuola: uscire dal caos

L’unica cosa certa nella scuola è il caos. Il rientro in aula dopo le vacanze natalizie, programmato per il 7 gennaio, era in bilico fin dall’inizio, si sapeva: come poterne essere certi senza conoscere l’andamento dei contagi? come poterlo garantire se si è fatto poco o nulla sul problema dei trasporti? se dal 3 dicembre non si è visto nessuno sforzo organizzativo imponente esterno alla scuola, per garantire non solo i trasporti ma anche i tracciamenti e i tamponi? Tutti si aspettavano un simile esito, ma non ci si aspettava una tale irresponsabilità nel rimandare le decisioni, nel dire mille cose contraddittorie, nell’incapacità di programmare un settore così strategico per il paese come la scuola. Non ci si aspettava che accordi presi a livello istituzionale a fine dicembre potessero saltare dall’oggi al domani. Ecco però che arriva all’ultimo momento la decisione: il 7 gennaio le scuole superiori non rientrano in presenza, si rimanda all’11. Ieri mattina tutte le scuole superiori d’Italia erano sotto stress per definire gli orari del rientro, oggi bisogna rifare tutto. Il governo vive come se le sue decisioni non imponessero ogni volta un enorme sforzo di riorganizzazione. E anche questo rinvio è del tutto in bilico: alla vigilia dell’11 gennaio arriverà un nuovo rinvio, e così via, senza pianificazione, alla cieca, giorno per giorno.

Perché tutto questo? Per due ragioni: primo, incapacità (o forse nessuna volontà) di pianificazione e organizzazione nel settore della scuola; secondo, ci si è adagiati sulla didattica a distanza (Dad).

La prima ragione deriva da un problema di fondo, radicato nella storia del paese: la scuola non è una priorità politica, dal punto di vista dello sviluppo e della crescita, è oggetto di mille ricatti e interessi contrastanti da tenere in equilibrio, pur di non romperli non si fanno scelte coraggiose, mai. Quindi non si può avere il coraggio neanche di darle la precedenza nella gestione dell’emergenza.

La seconda ragione è un effetto paradossale di un un impegno del tutto positivo, che allo stesso tempo è diventato l’alibi della classe politica. La Dad è servita a salvare la scuola durante il lockdown, e serve ogni volta che la didattica in presenza è ridotta o impedita. Ma non può bastare: ormai da troppo tempo gli studenti delle scuole superiori perdono l’aspetto fondamentale della loro esperienza scolastica, cioè l’essere parte di una comunità educativa, la condivisione del processo di apprendimento insieme ai propri compagni, al di là delle barriere sociali, culturali e etniche. Però la Dad è ormai uno strumento collaudato (in Italia molto più che in altri paesi), le scuole sono pronte ad attivarla in qualsiasi momento, i docenti sono allenati. Quindi la classe politica ha la coscienza a posto: chiudiamo le scuole? Vabbe’, non è vero, c’è la Dad, la scuola continua. E quindi si a avanti così, senza programmare, senza sapere come andrà a finire, perché “tanto c’è la Dad”.

Andrà a finire male, invece. Lo sappiamo. Questo sarà un anno scolastico massacrato, per le scuole superiori: nel migliore dei casi, uno stop and go continuo, se non invece lunghissimi periodi di Dad. Ovviamente, in questa disorganizzazione generale, nessuno ha pensato di monitorare in qualche modo l’andamento degli apprendimenti, a campione, qua e là, per capire come vanno le cose. Si aspettano solo i test Invalsi, in queste condizioni ancora più preziosi, che ci daranno probabilmente risultati tombali. Comunque qualsiasi persona di buon senso, qualsiasi docente si rende conto che gli studenti hanno mille difficoltà, che le cose non vanno.

E allora cosa fare? Ormai abbiamo solo due possibilità: o andiamo avanti così, e ci teniamo questo disastro; o facciamo una scelta politica e uno sforzo di programmazione. La scelta politica è che le scuole superiori devono essere aperte in presenza, per un periodo adeguato a riprendere e rafforzare gli apprendimenti; questa scelta si deve imporre su altre in nome di una visione dello sviluppo, non tanto economico ma in primo luogo civile e democratico, del paese.

Lo sforzo di programmazione ha due aspetti. Primo, tutte le autorità politiche e amministrative da cui dipendono le condizioni esterne alla scuola (trasporti, tamponi, tracciamenti; ma anche evitare gli assembramenti sui marciapiedi ecc.) devono garantire queste condizioni. Questo è l’aspetto più difficile, sappiamo tutti che è quasi un pio desiderio.

Ma il secondo aspetto è molto più semplice: si tratta di modificare il calendario scolastico. Riprogrammare quest’anno scolastico in modo da garantire lunghi periodi in presenza. L’unico modo per farlo è prolungare le attività didattiche, per tutti, fino alla fine di giugno; e allo stesso tempo, programmare già da ora delle interruzioni dell’attività didattica in questi primi mesi a più alto rischio di contagio, tra l’inverno e l’inizio della primavera, anche ipotizzando di fare adesso quello che tutti dicono di voler fare a giugno (recupero e potenziamento). Abbiamo già fatto questa proposta, la rilanciamo ancora in questi giorni. Solo a queste condizioni ha senso rimandare il rientro a scuola, solo se si programma un nuovo calendario. Altrimenti si continua con l’improvvisazione, e questo anno scolastico, per circa due milioni e mezzo di studenti, è perso.

Immagine: Pieter Brughel Dull Gret, dettaglio

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