Riforma dei cicli e abolizione delle bocciature

La riforma dei cicli scolastici, tentata da Berlinguer, è la più grande tra le occasioni mancate della scuola italiana. Eppure sarebbe lo strumento più efficace per combattere la dispersione scolastica, ovvero il primo ostacolo da superare per vincere la sfida di rendere la scuola italiana pienamente democratica e a misura di studente.

La dispersione scolastica inizia con la scuola media e si aggrava nella scuola superiore. Alla sua radice ci sono due passaggi nel percorso scolastico: il passaggio dalla primaria alla secondaria, e l’ingresso nel biennio delle superiori. Nel primo, gli alunni fanno nel giro di pochi mesi un salto tra due sistemi didattici radicalmente diversi: dal lavoro omogeneo della primaria, concentrato sui saperi fondamentali, alla frammentazione disciplinare, già troppo marcata nella scuola media. Nel secondo passaggio, inizia una forte differenziazione dei percorsi, difficile da superare per chi ha “sbagliato scuola”, con una moltiplicazione eccessiva delle discipline. Il lavoro sulle competenze fondamentali si perde.

Per ovviare a questa situazione proponiamo di riorganizzare i cicli secondo un primo ciclo unico dell’obbligo, e un secondo ciclo più breve di scuola superiore. La proposta che avanziamo qui sotto serve a esemplificare, ma ovviamente non è l’unica che consente di raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo. Anche la conclusione del secondo ciclo a diciotto anni (che qui non affrontiamo, ma che non escludiamo) andrebbe discussa in quest’ottica. A prescindere dal modello proposto, pensiamo che si debba aprire una riflessione con i docenti e la comunità scientifica per valutare se anticipare l’obbligo includendovi anche l’ultimo anno di scuola dell’infanzia, come avviene ad esempio in Austria o in Finlandia.

Il primo ciclo potrebbe essere di nove-dieci anni, dai 6 ai 15-16 anni di età, suddiviso in due sotto-cicli da 6 a 11 anni e da 11 a 15-16. Questa suddivisione avrebbe il merito di preservare l’esperienza della primaria, ma allo stesso tempo di reimpostare il primo passaggio: perché il periodo della preadolescenza e dell’adolescenza (dagli 11 ai 15-16 anni) sarebbe integrato in un unico sotto-ciclo; ma soprattutto, perché sarebbe inteso ancora come parte del primo ciclo, ovvero finalizzato all’approfondimento degli assi fondamentali (italiano, inglese, matematica, scienze, storia) senza la dispersione data da un eccesso di discipline. Il secondo sotto-ciclo dovrebbe inoltre avere un carattere orientativo, recuperando la vocazione che la riforma della scuola media unica aveva assegnato a quella che oggi è la secondaria di primo grado, senza che sia mai stata pienamente praticata. Seguirebbe infine un triennio di scuola secondaria di secondo grado, nel quale gli indirizzi sarebbero realizzati attraverso una ampia opzionalità e diversificazione disciplinare, incluso il rafforzamento dei percorsi professionalizzanti sia statali che regionali.

Collegata alla riforma dei cicli è la proposta di abolire le ripetenze (le “bocciature”): gli studi hanno mostrato che sono didatticamente inefficaci, socialmente inique e infine costose, per lo Stato e per le famiglie. In particolare, sono all’origine della dispersione scolastica. Per questo vanno superate, modificando però l’assetto didattico della nostra scuola: dopo il primo ciclo, in cui le bocciature sono già oggi del tutto residuali, gli alunni, se non hanno acquisito le competenze richieste in una disciplina, ripetono nell’anno successivo solo quella disciplina, e non l’intero anno di corso, con la possibilità di fare un esame di recupero se intendono rimettersi in pari. Questo permetterebbe di slegare la valutazione dei livelli di apprendimento dai meccanismi negativi indotti dalla bocciatura, e dai suoi costi; inoltre responsabilizzerebbe gli alunni e le famiglie, perché i certificati finali attesterebbero il livello effettivamente raggiunto in ogni disciplina.

I risparmi (almeno 2 miliardi all’anno solo per le bocciature e circa altri 3 se si dovesse anche ridurre di un anno il ciclo di studi) dovrebbero essere reinvestiti nella scuola, per finanziare le azioni più onerose che proponiamo in queste schede.

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